20 anni di Ghigliottina, il guilty pleasure di Umberto Eco e una sfida logica che non stanca

L’Eredità festeggia 20 anni del suo gioco finale con due prime serate speciali, proprio nei giorni in cui si ricorda il decennale dela scomparsa di uno dei fan più famosi della Ghigliottina: Umberto Eco, che ne apprezzava il “sadismo”

Immaginatevi una delle menti più acute del nostro Paese, un divoratore di libri e a sua volta autore di romanzi e saggi entrati di diritti nella storia della letteratura italiana, che ogni sera si ferma davanti alla tv per seguire un quiz, non uno qualsiasi, ma un “gioco sadico” che ci intrappola in un labirinto di ragionamenti da cui solo i più astuti possono uscire.

Il gioco in questione è la Ghigliottina, che proprio in questa stagione tv compie vent’anni: era l’annata 2005-2006 quando nel finale de L’Eredità (in onda già da qualche anno) Stefano Santucci ideò un nuovo gioco finale, senza sapere che sarebbe diventato un appuntamento fisso per milioni di italiani ogni sera.

Un compleanno celebrato con “Sfida tra Giganti”, due speciali condotti da Marco Liorni in onda il 20 e 21 febbraio su Rai 1, con i campioni più forti delle stagioni scorse che hanno partecipato più volte alla Ghigliottina, vincendo centinaia di migliaia di euro.

Tra loro, c’era anche Umberto Eco. Sì, l’autore -tra gli altri- de Il Nome della Rosa e della Fenomenologia di Mike Bongiorno, di cui il 19 febbraio si sono celebrati i dieci anni dalla scomparsa, era un dichiarato fan della Ghigliottina, di cui non si perdeva una puntata.

La Ghigliottina secondo Eco

In concomitanza con questi due anniversari riecheggia l’elogio caustico di Eco della Ghigliottina: un semiologo che si arrovellava su enfiteusi e Pirandello, definendo il gioco finale dell’Eredità “indubbiamente ispirato a profondo sadismo”. Il coming out di Eco apparve nella sua Bustina di Minerva, la rubrica che scriveva su L’Espresso (e che poi generò una raccolta, pubblicata nel 2000 da Bompiani).

Eco la dipingeva come meccanismo joyciano (sadico sì, ma democratico), un oggetto semiotico perfetto. Cinque parole apparentemente scollegate, un solo termine da trovare, sessanta secondi per fare ordine nel caos. Ad affascinarlo non era tanto la soluzione, ma il processo cognitivo per raggiungerla.

Ieri come oggi, la Ghigliottina costringe a fare un salto mentale dal particolare all’universale, attivando un meccanismo di astrazione pura, un “iperlessema” (per usare una parola che a Eco sarebbe piaciuta) che chiede al cervello di rinunciare alla logica lineare e cercare connessioni laterali.

E proprio nel decennale dalla sua scomparsa, Rai 1 sceglie il momento perfetto per celebrare un gioco che il professore pavese amava per il suo paradosso: una tv apparentemente “bassa” che insegna lessico alto, unendo concetti da tv generalista ai salotti intellettuali.

Letterati in trappola: Benigni, Veltroni e lo sforzo logico che ci accomuna

Non solo Eco: la Ghigliottina ha stregato un’élite pop. Roberto Benigni la definì “geniale nella sua crudeltà” e ha avuto anche l’onore di ideare alcune Ghigliottine, poi sottoposte ai concorrenti; Walter Veltroni le ha dedicato articoli interi riferendosi al “rito condiviso” che genera e sottolineando come un quiz forgia una comunità nazionale senza dare lezioni moraliste.

E gli addetti ai lavori? Treccani l’ha analizzata come una sfida sinaptica, un’astrazione lessicale che richiede un sforzo logico che i campionissimi del quiz allenano quotidianamente. Per gli appassionati, invece, resta il gusto del gioco: basti pensare alle app che l’hanno ricreata o al gioco da tavolo che ne cattura l’essenza family, o alla versione in carta stampata uscita qualche anno fa, con centinaia di parole da indovinare. La Ghigliottina si è davvero insinuata nel comune sentire italiano, toccando prima o poi il gusto per il ragionamento e la soddisfazione nel risolvere un’enigma che vive in ognuno di noi.

La Ghigliottina va festeggiata, viva la Ghigliottina!

La Ghigliottina ha fatto qualcosa che prima di allora non si era mai vista in un quiz: ha creato un segmento dentro il programma di cui è al tempo stesso naturale prosecuzione ma anche qualcosa di differente per tensione e ragionamento. Non serve più una buona cultura generale, ma è richiesta velocità di pensiero e buona capacità di associazione di parole e significati. Il tutto, circondati da uno studio in religioso silenzio e con un montepremi che potrebbe cambiare la vita.

Non è un caso che la Rai ha subito capito la forza di questo gioco e, sia su RaiPlay che sul proprio canale Youtube, ha separato la Ghigliottina dal resto della puntata: chi se l’è persa può recuperarla senza dover seguire tutta la puntata e godersi quei cinque minuti di tensione e ragionamento cercando di fare meglio del campione di turno.

Allora, viva la Ghigliottina, che ancora oggi riesce ad avere la meglio sui giochi da smartphone e sulle nuove tendenze, ribadendo la forza delle parole e dei loro significati e, soprattutto, ricordandoci che una buona idea, per funzionare, deve essere semplice.

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