

Una guest-star internazionale in uno dei prodotti più nazional-popolari italiani: il cortocircuito creato da Whoopi Goldberg in Upas, tra sottotitoli e inglese maccheronico, ha riportato l’attenzione su una piaga tutta italiana, l’insegnamento della lingua più usata all’estero
In uno degli archi narrativi più inattesi di Un posto al sole, il condominio di Palazzo Palladini si è aperto all’improvviso a Hollywood. Accanto ai volti storici della soap di Rai 3 è arrivata infatti Whoopi Goldberg, icona del cinema americano. Con la sua Eleanor Price, personaggio comparso in venti puntate della soap partenopea, ha portato con sé non solo una guest-star di peso, ma anche una lingua -l’inglese- che per gli italiani resta da sempre una miscela complicata di aspirazione, timidezza e soggezione.
In queste puntate è successo qualcosa di molto familiare: i personaggi italiani hanno continuato a parlare in italiano, quelli stranieri si sono espressi in inglese, sottotitolato. Un compromesso narrativo che ha funzionato benissimo sul piano televisivo, ma che è finito per raccontare, quasi senza volerlo, il nostro rapporto irrisolto con la lingua veicolare del nostro tempo. Per capire, capiamo, ma quando si tratta di parlare, anche nella fiction, affiorano accenti marcati, frasi rigide, costruzioni “pensate in italiano”.
Un posto al sole, in fin dei conti, ha creato lo stesso corto circuito che viviamo fuori dallo schermo, nella vita di tutti i giorni: perchè l’inglese è ovunque, ma sembra sempre restare un mezzo passo più avanti rispetto alla nostra naturalezza.
I numeri di una promessa che non si mantiene mai del tutto
Se Un posto al sole fornisce lo spunto narrativo, i dati aiutano a mettere a fuoco il contesto reale. Secondo l’EF English Proficiency Index (EF EPI), uno degli indicatori più utilizzati a livello internazionale per misurare la competenza in inglese nei Paesi non anglofoni, l’Italia si colloca stabilmente in una fascia di livello intermedio (per la precisione,siamo nella fascia di “Moderate proficiency”).
.Tradotto (è proprio il caso di dirlo…): non siamo fanalino di coda a livello globale, ma restiamo lontani dal gruppo di testa. Ancora più evidente è il confronto europeo, dove l’Italia si posiziona regolarmente nelle ultime posizioni, superata non solo dai Paesi nordici, da anni fuori categoria, ma anche da molte nazioni con economie e sistemi scolastici paragonabili al nostro.
Il dato più interessante, però, è quello che non emerge immediatamente dalle classifiche: il divario tra competenza teorica e uso reale della lingua. Sulla carta, al termine delle scuole superiori il livello atteso dovrebbe essere almeno un B2, sufficiente per studiare, lavorare e muoversi all’estero con una certa autonomia.
Nella pratica, come segnalano sia i test EF sia numerose indagini sul mondo del lavoro riportate anche da Ansa, una quota consistente di diplomati e laureati fatica soprattutto sul fronte del parlato e dell’ascolto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: anni di studio accumulati, ma una lingua che, al momento del bisogno, resta chiusa in un cassetto.
Ma perché temiamo l’inglese?
Per capire perché l’inglese in Italia sembri sempre “a metà”, bisogna guardare al modo in cui viene insegnato. Il modello scolastico italiano resta fortemente sbilanciato su grammatica, regole e verifiche scritte, con molto meno spazio per conversazioni autentiche, ascolto di parlato naturale e simulazioni di situazioni reali.
Intere generazioni ricordano ore passate sui paradigmi verbali e pochissime occasioni per presentarsi, discutere un’idea o sostenere un dialogo senza la paura costante dell’errore. A questo si aggiungono altri fattori strutturali: l’avvio relativamente tardivo dello studio intensivo rispetto ad altri Paesi europei, il contatto limitato con parlanti madrelingua e una cultura dell’errore vissuto più come figuraccia che come passaggio normale dell’apprendimento. In questo contesto, l’inglese resta spesso una lingua “studiata” ma non “usata”: formalmente corretta, vocalmente fragile. E per questo non solo non sappiamo utilizzarla, ma temiamo anche che ci venga chiesto.
Una lingua necessaria, ma non accessibile a tutti
Il paradosso è evidente: mai come oggi l’inglese è percepito come indispensabile. È la lingua delle piattaforme di streaming, dei social, dei videogiochi, della ricerca scientifica, delle aziende che lavorano su scala internazionale. In molte offerte di lavoro l’inglese non è più un plus, ma un requisito implicito, dato per scontato.
Chi non riesce a raggiungere una competenza solida rischia di restare fermo prima ancora di entrare in partita. Si crea così una frattura netta: da un lato chi ha avuto accesso a esperienze all’estero, scuole private o percorsi di autoformazione intensiva; dall’altro una vasta area di persone che, pur avendo studiato inglese per anni, lo vivono come un ostacolo. In mezzo, una zona grigia molto italiana: chi segue serie in lingua originale con i sottotitoli senza problemi, ma va nel panico davanti a una call su Zoom o a una riunione in inglese. Quanti di voi si ritrovano in questa situazione?
Dai banchi ai reel: la rivincita dell’inglese sui social
È proprio in questo spazio che si inserisce l’ultima evoluzione del nostro rapporto con la lingua: l’esplosione dei prof di inglese sui social. La figura più emblematica è Norma Cerletti, nota online come Norma’s Teaching, oggi uno dei punti di riferimento più popolari su Instagram e TikTok, dove è esplosa durante la pandemia.
Il suo approccio è l’opposto di quello tradizionale: video brevi, ritmo serrato, attenzione maniacale alla pronuncia, agli errori tipici degli italiani, alle espressioni realmente usate dai madrelingua. Il punto forte del suo metodo di insegnamento sta nelle frasi concrete: come rispondere al telefono, come fare un complimento senza sembrare un traduttore automatico, come smettere di dire “I am agree” e altri consigli utili per evitare figuracce e, soprattutto, sentirsi più sicuri.
Norma’s Teaching non è un’eccezione, ma rappresenta il simbolo di un fenomeno più ampio. Sui social proliferano contenuti che smontano l’inglese in pillole digeribili, pensate per chi non si riconosce nel modello scolastico ma ha un bisogno reale di migliorare. Con tutti i limiti del caso, questi creator funzionano come correttori di rotta: compensano con la leggerezza ciò che la scuola non è riuscita a fare.
Quando la fiction ci mette davanti allo specchio
Riletto in questa chiave, l’arrivo di una star internazionale in Un posto al sole diventa una metafora perfetta. In scena, italiano e inglese convivono grazie ai sottotitoli: una soluzione pratica, ma anche il segno di una difficoltà mai del tutto risolta. Comprendiamo, riconosciamo il prestigio della lingua, ma preferiamo restare nella zona di comfort dell’italiano.
Anche l’inglese parlato dagli attori italiani tradisce spesso le stesse incertezze che si sentono in aula o in ufficio: pronuncia italianizzata, pause, frasi costruite mentalmente prima di essere dette. La fiction, in fondo, amplifica in prima serata ciò che viviamo ogni giorno tra sottotitoli, call su Teams e didascalie su Instagram.
Forse l’inglese in Italia resterà ancora a lungo una croce e delizia. Ma il fatto che una soap storica del servizio pubblico ospiti una guest-star internazionale e che un’intera generazione cerchi di “disimparare” la paura della lingua attraverso i social racconta un Paese che, tra contraddizioni e lentezze, sta provando a cambiare.
Dal banco di scuola allo scrolling, l’apprendimento dell’inglese è entrato in una nuova fase. E come spesso accade in televisione, è proprio nell’incrocio tra realtà e racconto che si gioca la possibilità di una piccola, concreta rivoluzione culturale: will this be the right time?






