

Da fiction procedurale con i casi di puntata al centro, Don Matteo si è evoluto al punto da mettere da parte la fede intesa come vocazione religiosa ed abbracciarne una più laica, includendo anche il protagonista don Massimo. Un’evoluzione che superare i soliti ragionamenti legati alla serie Lux Vide
Caso più unico che raro, non solo per la tv italiana, ma anche per quella fuori dai nostri confini: perché a bordo della sua bicicletta Don Matteo (prima con il volto di Terence Hill e poi con quello di Raoul Bova) non ha macinato solo migliaia di chilometri, ma anche centinaia di episodi e decine di stagioni.
Quindici, per la precisione, contando quella in onda su Rai 1 da giovedì 8 gennaio 2026: un totale aggiornato di 285 episodi e altrettanti casi di puntata da risolvere per un format che è tra i più granitici e incorruttibili della serialità italiana. Eppure, questa immobilità da sola potrebbe portare il racconto a deteriorarsi nel tempo, cosa che invece non accade: come mai?
Un successo che supera i decenni
Il successo di Don Matteo è stato analizzati nel corso degli anni su più fronti: dagli scenari umbri da cartolina, alle dinamiche familiari che non superano mai il confine del fuori luogo, alla comicità generalista e surreale al tempo stesso di Nino Frassica, la vera colonna portante (insieme agli inossidabili Nathalie Guetta e Francesco Scali) della serie.
Tutti ragionamenti che non fanno una piega, a cui però ne va affiancato un altro, più profondo e non sempre facile da affrontare, legato alla spiritualità. Don Matteo ha fatto del rapporto con la fede un argomento da prima serata, mai didascalico, riuscendo a raccontarla con la semplicità che merita.
La fede in Don Matteo
Proprio da qui vogliamo partire noi, e dall’audacia con cui Lux Vide e la sua squadra di sceneggiatori ha messo in atto una rivoluzione silenziosa legata proprio al tema della fede in Don Matteo che, nelle ultime stagioni (in particolare da quelle con protagonista Raoul Bova) si è trasformato avvicinandosi sempre più alla questione della laicità.
Venticinque anni Don Matteo si è presentato come la serie con “il prete con la bicicletta che risolve omicidi tra una Messa e una chiacchierata sul sagrato”. Nelle ultime stagione è però qualcosa di differente: la serie ha cominciato a mettere al centro la vocazione non più solo come “chiamata di Dio”, ma come domanda laica e universale.
Una questione che trova il suo apice nella stagione 15, nel corso di cui il tema centrale è quale sia il nostro posto nel mondo. Perché la vocazione riguarda tanto chi crede quanto chi no, ed è la chiave per leggere il nuovo capitolo con don Massimo, l’artefice di questa evoluzione della serie.
La vocazione agli esordi di Don Matteo
Nelle prime stagioni, con Terence Hill, la vocazione era qualcosa di solido, quasi di marmo: don Matteo è sempre stato un punto fermo che entra nelle vite sghembe degli altri, le raddrizza e se ne va in bici. Il suo essere prete non è tema ma un presupposto: il gioco sta nel contrasto tra il parroco buono e i peccati piccoli e grandi della provincia umbra e italiana, tra misericordia e codice penale. La parte laica, sia chiaro, esisteva già, ma restava sullo sfondo: la famiglia, il lavoro, la comunità, la giustizia “popolare” erano filtri tramite cui passava sempre la stessa risposta, quella del sacerdote che sa già dove sta andando.
La crepa con l’arrivo di Raoul Bova
Il cambio di protagonista, con Hill che decide di lasciare il set e l’ingresso di Raoul Bova, incrina questo sistema. Don Massimo è entrato in scena come un sacerdote meno perfetto, più attraversato da dubbi, tentazioni, inciampi sentimentali: per la prima volta non è scontato che un prete stia “a suo agio” nella talare. Di lui scopriamo anche il passato laico, da ex carabiniere, quindi da uomo di legge prima che di fede: un passato pensato ad hoc dagli sceneggiatori e produttori affinché si ponessero le basi per un “nuovo” Don Matteo.
Con don Massimo la vocazione smette dunque di essere una linea retta e comincia a somigliare a una strada sterrata: il protagonista è diviso tra ciò che sente e ciò che deve essere, mentre i personaggi laici –il maresciallo Cecchini, Pippo, Natalina e le figure familiari che si avvicendano– non sono più solo spalle comiche, ma portano in scena anche altre tematiche, come crisi di lavoro, di coppia e di identità. È il primo passo verso una vocazione che non coincide necessariamente con l’altare.
Don Matteo 15 e la vocazione laica

Raoul Bova e Ninni Bruschetta (foto di Virginia Bettoja)
Nella nuova stagione questo movimento esplode e diventa manifesto. Il tema dichiarato è proprio la vocazione intesa come domanda: chi sono, dove devo stare, che cosa ci faccio qui? Una domanda che tocca quasi tutti i personaggi. Don Massimo viene presentato come un sacerdote in parte “inadeguato” al ruolo, con un passato che riemerge e comportamenti che lo mettono alla prova come uomo prima ancora che come parroco.
Il maresciallo Cecchini flirta con l’idea della pensione e quindi con il vuoto che si apre quando la propria “chiamata” lavorativa sembra arrivare al capolinea. Giulia e il Capitano Diego si interrogano su che tipo di vita vogliono costruire insieme, tra aspirazioni professionali e scelte affettive; le new entry –la marescialla Caterina, la giovane Maria, il ragazzo Giona– portano in scena la vocazione in chiave generazionale: che cosa significa, a sedici anni, immaginare un futuro quando non si hanno più le mappe chiare dei genitori.
La figura di riferimento del prete rimane, ovviamente, ma si sposta: da figura che indica la strada a figura che inciampa insieme agli altri, rendendo la sua vocazione una metafora più ampia della ricerca di chiunque, permettendo alla serie di stare al passo con i nostri tempi incerti.





