

Dai colossi americani ai canali italiani, la febbre del rebranding contagia tutti: tra nostalgie, meme e nuove identità, ecco come la tv si rifà il look.
Un pezzo di storia della TV americana sta per cambiare identità. MSNBC, il canale news via cavo nato nel 1996, annuncia un rebrand epocale: entro la fine del 2025 diventerà MS NOW, acronimo di My Source News Opinion World. Ci si ferma solo a questo? Ebbene no: il canale abbandonerà anche l’iconico logo del pavone NBC, da decenni simbolo del network (nella foto in basso).
Il rebranding si inserisce nella riorganizzazione di Comcast e NBCUniversal, che scorporeranno i loro canali via cavo (tra cui CNBC, USA Network, E! e Oxygen) per confluirli in una nuova società, Versant, separata da NBC e dalla piattaforma streaming Peacock.
Il futuro CEO di Versant, Mark Lazarus, ha spiegato che inizialmente il nome MSNBC sembrava destinato a restare, ma le discussioni interne all’azienda hanno fatto emergere la necessità di un’identità autonoma, distinta da NBC News, come tagliare un cordone ombelicale. A guidare la transizione è Rebecca Kutler, nuova presidente del canale, che ha riconosciuto qualche timore sul cambiamento da parte di spettatori e redazione, rassicurando però che la linea editoriale rimarrà immutata.
È prevista una massiccia campagna pubblicitaria per accompagnare il nuovo corso, insieme a investimenti in digitale (TikTok, YouTube, podcast, eventi live) e nuove assunzioni.
MSNBC resta oggi il secondo canale di news via cavo più seguito negli Stati Uniti, dopo Fox News e davanti alla CNN.
Le reazioni non si sono fatte attendere: sui social il cambio di nome ha generato meme, ironie e nostalgia per il vecchio marchio. Ma la scelta racconta molto di più: è il segno che, nell’era dei media ibridi, il nome non è solo etichetta, ma bandiera identitaria da cui dipende la percezione del pubblico.
La febbre del rebranding: 15 anni di metamorfosi tra tv e streaming
Non è solo MSNBC a cambiare pelle: negli ultimi quindici anni, il mondo dei media – dalla tv tradizionale alle piattaforme streaming – è stato attraversato da una vera e propria ‘febbre del rebranding’. Non si tratta solo di un refresh, ma di una strategia profonda che risponde a domande cruciali:
- Come attirare nuovi pubblici?
- Come mantenere rilevanza in un panorama affollato?
- Come sopravvivere alla competizione tra tv lineare, piattaforme on demand e social network?
Il nome e il logo di un canale non sono più semplici etichette: sono diventati strumenti identitari e culturali. Ogni rebranding racconta un cambio di rotta, una nuova promessa al pubblico, una precisa scelta di posizionamento. A volte è un tentativo di ringiovanimento (come nel caso di ABC Family diventato Freeform nel 2016), altre è un’operazione di prestigio (come Spike TV trasformato in Paramount Network nel 2018), altre ancora una mossa di semplificazione per rendersi più accessibili (come NOW TV ribattezzato NOW in Italia quattro anni fa, nel 2021).
Questa tendenza non riguarda solo i brand meno noti o i canali di nicchia: ha coinvolto giganti dello streaming come HBO, Paramount e Starz, dimostrando che persino i marchi più consolidati hanno sentito il bisogno di rivedere la propria immagine. In certi casi, come per HBO Max, la girandola di nomi (Go, Now, Max, e infine di nuovo HBO Max) è diventata essa stessa un caso mediatico, con discussioni online, meme e tutte le ironie che passano di mezzo.
E in Italia?
Anche qui il fenomeno è stato evidente: dall’ex Deejay TV diventato Nove, all’addio di MTV8 trasformato in TV8, fino ai restyling continui di canali kids come Boing e Super!. Scelte che riflettono non solo esigenze di mercato, ma anche il mutare del linguaggio televisivo: meno legato a un singolo target, più fluido, pop e immediato.
In altre parole, i rebranding degli ultimi quindici anni raccontano una storia più grande: la lotta per la sopravvivenza e l’evoluzione del medium televisivo nell’era digitale. Contro Netflix, TikTok e i palinsesti tradizionali, si può fare la differenza: la sfida si può vincere, e allora: rischiare di essere ignorati o restare impressi nella cultura popolare?
Il nome come specchio culturale
Warner Bros. Discovery just re-branded it’s steaming service “Max” back to “HBO Max”.
This caps off probably the funniest series of inexplicable logo changes in corporate history. pic.twitter.com/9rbgLHQB21
— Trung Phan (@TrungTPhan) May 14, 2025
Il rebrand, come detto, non è mai un fattore di poco conto, bensì una dichiarazione di intenti. Freeform ha voluto dire giovinezza e libertà, Paramount+ ha significato prestigio cinematografico. Max è stato un tentativo di popolarità, ma il ritorno a HBO Max racconta la nostalgia per l’autorevolezza.
In Italia, la metamorfosi da Deejay TV a Nove, o da MTV8 a TV8, è il simbolo di una tv che – sfidando i nasi storti – smette di essere “di nicchia” per diventare popolare e riconoscibile.
Ogni nome porta con sé una promessa al pubblico: più giovani, più autorevoli, più pop, più globali. È per questo che i rebrand diventano discussi, criticati e perfino ‘memati’: perché toccano la nostra memoria collettiva.
MS NOW non sarà quindi solo un nuovo logo sugli schermi americani. Sarà il segno di una tendenza che attraversa tutto il mondo dei media: in epoca di frammentazione e concorrenza globale, l’identità è un campo di battaglia. E il nome è la prima linea.