Perché Pippo Baudo lasciò la Rai per Mediaset (e perché tornò sempre indietro)
pippo baudo

Dalla Rai a Mediaset, fughe e ritorni: la carriera di Pippo Baudo tra successi, rotture clamorose e rinascite televisive.

La carriera di Pippo Baudo ci fa percorrere tanti capitoli, alti e bassi, ma pur sempre iconici e significativi di un professionista che ha avuto fame di tv. Lui, viaggiatore di un lungo percorso iniziato nei primi anni sessanta in Rai, sulla cresta dell’onda del successo per due volte ha staccato la spina con mamma Rai. Ma cosa ha spinto questi passaggi – e perché durarono poco?

Guardiamo a questo tratto inesplorato della sua storia.

Super Pippo, tra fughe e ritorni: le prime incursioni fuori dalla Rai

Innanzitutto partiamo dalle vere e proprie eccezioni. La prima incursione in Fininvest (sconosciuta ai più) risale al 1982, alla conduzione di Vota la voce insieme ad un altro talent scout come Claudio Cecchetto. Si trattò di un impegno one shot che lo vide comparire alla ‘concorrenza’ mentre, nello stesso periodo, era alla conduzione della sua quarta edizione di Domenica IN su Rai 1. Un anno dopo, nel 1983 è la volta del game-show a premi Un milione al secondo trasmesso da una Rete 4 ancora in mano a Mondadori, prima dell’acquisizione da parte di Fininvest. Un milione al secondo dimostrò la sua versatilità anche in un game show.

Il grande strappo del 1987

Ma la prima vera rottura con Rai avviene nel 1987. Dopo l’enorme successo dei suoi Fantastico, giunto alla sua terza edizione e dopo un Sanremo dagli ascolti bulgari c’è una goccia che fece traboccare il vaso. Alla base ci fu una frase dell’allora presidente Rai Enrico Manca che lo definì al Corriere come un conduttore “nazional-popolare e aggiungendo “non prendetelo per un complimento“. Baudo, ferito, rispose in diretta nell’ultima puntata di Fantastico 7 del 6 gennaio 1987 con sarcasmo memorabile: “Farò programmi regionali e impopolari”.

Poco dopo firmò un contratto faraonico con Fininvest (Mediaset), una cifra da capogiro da decine di miliardi di lire per un esclusiva della durata di tre anni e un incarico come direttore artistico. Il suo primo show fu il varietà Festival su Canale 5: un grande varietà del venerdì sera che cercava di sfidare frontalmente la Rai. Sul palco Lorella Cuccarini, Brigitte Nielsen, Gigi e Andrea: un cast di peso, con la novità degli sketch durante gli spazi pubblicitari, un’idea allora originale. Gli ascolti – circa 8 milioni di media – non bastarono però a replicare la magia dei suoi varietà in Rai.

Nella stessa stagione Canale 5 provava a competere con Rai 1 per la domenica pomeriggio. Accantonata la Buona Domenica di Maurizio Costanzo, arrivò La giostra, un contenitore in cui Baudo curava la rubrica Tu come noi, dedicata a storie di vita quotidiana, un segmento però che non decollò e che fu cancellato dopo pochi mesi.

La realtà delle cose? Il rapporto con Mediaset si rivelò un fuoco di paglia. A gennaio 1988 Baudo voleva andarsene e così ha fatto annunciando una pausa all’ultima puntata di Festival. Pagò una penale e restò in panchina per ben un anno e mezzo. Nel tempo, Baudo definì quell’esperienza come il suoclamoroso insuccesso, un ambiente, quello dell’azienda privata, dove il suo feeling narrativo non riusciva davvero a decollare. Tuttavia, conservò l’amicizia con Mike Bongiorno, anche nell’ambito Mediaset, come conferma velata di legami personali che superarono scelte professionali.

Il comeback del 1989 ed un altro bivio

Pippo fece il suo rientro ufficiale in Rai il 7 aprile 1989, su Rai 2, con il varietà Serata d’onore. L’evento fu marcato dalla messa in onda, il giorno precedente su Rai 3, dello speciale “Bentornato Pippo Baudo”, una sorta di tributo alla sua carriera che fu l’anticamera ideale al suo comeback.

Dopo i successi del filotto Sanremese 1992-1996 e altri boom come Numero Uno, Luna Park e Tutti a casa, Pippo arrivò a un nuovo bivio nel 1996. Alcune tensioni resero il suo rapporto con la Rai meno lineare. Aveva bisogno di aria nuova e lo disse apertamente: “Ho sentito la necessità psicologica di cambiare. Il rapporto con la Rai si era logorato dopo due anni di intensa attività. Penso che una nuova avventura facesse bene sia a me sia a Mediaset“.

La seconda fuga: sogni Mediaset e bruschi risvegli

Così, nel 1997, tornò sotto l’ombrello Mediaset con un contratto che prevedeva format originali, ma dalle fortune contrastanti. Il primo fu Una volta al mese, trasmesso su Canale 5 tra gennaio e marzo. Era uno show mensile in prima serata, costruito attorno a temi specifici. Il debutto registrò 6 milioni di spettatori (25.8% di share), ma la flessione nelle puntate successive decretò il suo destino prematuro. I sei appuntamenti previsti diventarono tre, un brusco giro di campo rispetto alle speranze iniziali.

In autunno tentò un altro format: Tiramisù, varietà settimanale game-show su Canale 5, ma anche qui il pubblico non seguì. Il programma venne sospeso dopo la settima puntata per ascolti poco convincenti. Altri numerosi tentativi one-shot che lo traghettarono verso l’epilogo con Mediaset tra il 1997 ed il 1999 sono legati a programmi come Il ballo delle debuttanti, La notte delle muse, Puccini e le sue donne, Donne sotto le stelle e La canzone del secolo.

Un’ulteriore occasione arrivò con la conduzione dei Telegatti insieme a Milly Carlucci: una presenza d’onore, ma più evento celebrativo che rilancio personale.

Il Pippo maturo: meno lustrini, più memoria

Il ritorno definitivo in Rai è segnato nel 2000 e con proposte più vicine al suo linguaggio: su Rai 3 arrivò Giorno dopo giorno.

Il quiz esordì nel gennaio 2000 in fascia pomeridiana e fu presto trasferito in prima serata con un nuovo titolo, Novecento. Il format combinava cultura, intrattenimento e partecipazione, facendo gareggiare coppie di ospiti celebri tra domande storiche, musica e ricordi.

La prima puntata in prime time, trasmessa il 1º gennaio 2000, raccolse quasi 2 milioni e mezzo di telespettatori con l’11,35% di share. Numeri modesti, ma più che sufficienti per confermare il format. Il programma andò avanti con diverse edizioni, rafforzando la centralità narrativo-culturale di Baudo e la sua credibilità come conduttore autoriale.

Baudo, tra fedeltà e reinvenzione: una carriera senza eguali

Quel ritorno fu molto più di un semplice rientro in Rai. Era quasi un riconoscimento: l’azienda diede a Baudo nuova fiducia, lui rispose trasformando un quiz pomeridiano in un racconto del Novecento immersivo, con ospiti celebri, musica live e un filo narrativo autentico.

La tv sembrava puntare solo a velocità e sensazionalismi, ma Baudo dimostrò che la televisione poteva ancora avere serietà e cuore. Ritornare a casa non era scontato. Era un atto di fedeltà alla memoria, al pubblico, ma soprattutto a se stesso.

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