Il tennis, la televisione e le piattaforme: chi deve cambiare?

Secondo Piqué il tennis è noioso. Secondo molti è antitelevisivo. È vero?

Parecchio tempo fa, quando la Rai trasmetteva i tornei di tennis in diretta e non esistevano le pay tv, non c’erano spesso interruzioni pubblicitarie durante un match e quindi a ogni cambio campo si potevano vedere cose: quel che beveano e mangiavano i giocatori, come si asciugavano il sudore e come asciugavano i manici delle racchette, quel che succedeva sugli spalti, come si muovevano i raccattapalle, se e quando veniva tirato il campo sulla terra battuta.

Oggi quella dimensione non esiste più: le reti in chiaro o a pagamento he trasmettono le partite di tennis farciscono di spot ogni match, a ogni cambio campo per non perdere l’occasione di proporre più prodotti e fare più soldi.

Parlarne non serve a fare un tuffo nostalgico nel passato: non siamo qui a dire che si stava meglio quando si stava peggio o che non esiste più il tennis di una volta. Come in molti altri sport con attrezzi, l’evoluzione tecnologica dei medesimi cambia tutto. Cambiano anche gli atleti e persino la possibilità di imparare per imitazione, data la quantità immensa di video di training, allenamenti, consigli, analisi tecniche, tattiche, strategiche a disposizione online.

Se si vuole avere un’idea di come fosse quel tennis dei tempi passati, be’, c’è pur sempre YouTube ad aiutarci e ci si può sorbire la finale degli internazionali d’Italia del 1978 – anno di nascita dello scrivente, peraltro –, Borg contro Panatta, 2 ore e 23 minuti, ma il video parte che si è già sul 40-15 per Panatta al primo game del primo set. Non è certo spoiler dire il punteggio: vinse Borg, 1–6, 6–3, 6–1, 4–6, 6–3.

Chi ha visto quel tennis in Italia ricorderà interminabili maratone in coppa Davis: erano tempi, quelli, in cui ci si esaltava quando Paolo Canè batteva a Cagliari Mats Wilander 6-4 3-6 4-6 7-5 7-5 (un vero incontro da museo) per superare il primo turno contro la Svezia. Mica come adesso che l’Italia vince la coppa Davis per due anni di fila (2023-2024) e sembra una delusione se non si rivince ancora perché nel frattempo è arrivato una specie di alieno per il paesello nostro, tal Jannik Sinner che, mentre scrivo, è numero uno al mondo da 62 settimane (sappiamo già il numero è destinato ad aumentare ancora) e ha vinto 20 titoli del circuito tennistico maggiore, tra i quali spiccano quattro prove del Grande Slam (2 Australian Open, 1 U.S. Open e un Wimbledon), quattro tornei Masters 1000 e un ATP Finals. Non sappiamo se questo numero aumenterà, ma se anche Sinner si fermasse qui non avrebbe proprio niente da dimostrare.

Questo ha fatto sì che il tennis in Italia tornasse improvvisamente popolare: non lo era più, se non altro per il suo passaggio alle pay tv. Torna ad esserlo con la Davis e quando Sinner va in finale perché diventano eventi di interesse nazionale.

Questo tennis in tv, con tutta quella pubblicità, fa tornare in mente quei dibattiti sul fatto che sia o meno uno sport televisivo. Va bene, il tennis, nell’era delle piattaforme?

C’è chi lo vorrebbe cambiare radicalmente per renderlo più veloce, più contemporaneo. Facciamo un nome: Gerard Piqué, ex calciatore, ex difensore del Barcellona, ex marito di Shakira e ora anche ex detentore dei diritti della Coppa Davis – celebre torneo per nazioni completamente stravolto proprio sotto l’egida di Piqué – lo ha detto molto chiaramente.

Secondo lui – citiamo testualmente dal suo intervento nel podcast dell’ex compagno di squadra e portiere della nazionale spagnola Iker Casillas – “nessuno vuole assistere ad un game di cinque minuti in cui si ripete continuamente ‘parità, vantaggio, parità, vantaggio’”. Secondo lui “tutte le statistiche dicono che sempre meno persone giocano a tennis, mentre il padel e il pickleball stanno crescendo”. Piqué non si capacita nemmeno dell’esistenza di due servizi: “Perché ci sono due servizi nel tennis? Sono 30 secondi in più di qualcuno che fa rimbalzare una pallina. Le persone non vogliono vedere questo”.

E poi ci sarebbero, secondo Piqué, i numeri: “Ma al di là della questione delle regole, Piqué sottolinea un problema più profondo: il calo del numero di praticanti. “Negli Stati Uniti si gioca sempre più a padel e pickleball. Se meno persone giocano a tennis, meno persone si guadagneranno da vivere con questo sport”.

Proviamo a vedere se ha ragione?

I dati ufficiali della Federazione Internazionale di Tennis (ITF) offrono un quadro molto diverso da quello che racconta l’ex calciatore. Il Global Tennis Report 2024, la più completa indagine mai condotta nel settore, rivela che il numero di giocatori di tennis nel mondo ha superato per la prima volta la soglia dei 100 milioni, attestandosi a 106 milioni di praticanti in 199 nazioni. Questo dato rappresenta un’impressionante crescita del 25,6% rispetto agli 84,4 milioni di giocatori registrati nel report del 2019. Anche il report intermedio del 2021, sebbene condotto su un campione più ristretto di 41 nazioni, aveva già mostrato una tendenza positiva con 87 milioni di giocatori, indicando una crescita costante e non un evento isolato.

La crescita non riguarda solo i praticanti. Anche le infrastrutture hanno seguito un andamento positivo. Il numero di campi da tennis identificati a livello globale è salito a 698.034, mentre il numero di allenatori ha raggiunto quota 149.110. Questi numeri, nel loro complesso, dipingono un’immagine di un settore sano e in espansione, in netto contrasto con la percezione di declino suggerita da Piqué.

Metrica di partecipazione Dati 2019 (Report ITF) Dati 2024 (Report ITF) Crescita assoluta Crescita percentuale
Giocatori globali totali 84,4 milioni 106 milioni +21,6 milioni +25,6%
Campi da tennis totali 578.681 (dato 2021*) 698.034 +119.353 +20,6%*
Allenatori di Tennis Totali 149.110 (dato 2021*) N/D N/D N/D
Nazioni Partecipanti 195 199 +4 +2,1%
* Nota: I dati sui campi e sugli allenatori del 2024 non sono stati disaggregati nello stesso modo dei report precedenti. I dati del 2021 sono basati su un campione di 41 nazioni ma mostrano già una crescita significativa rispetto al 2018. La crescita percentuale dei campi è calcolata rispetto al dato del 2021.

Questa rinascita del tennis non è un fenomeno casuale, ma il risultato di una serie di fattori strategici e culturali che stanno rafforzando la posizione dello sport nel mercato globale.

  1. investimenti strategici e accessibilità: le federazioni nazionali e internazionali stanno investendo attivamente per sostenere la crescita. Un esempio emblematico è quello della USTA (United States Tennis Association), che ha stanziato 10 milioni di dollari in sovvenzioni per la ristrutturazione e la costruzione di nuovi campi da tennis, con un’attenzione particolare alle comunità meno servite. Questi sforzi mirano a migliorare l’infrastruttura e a rendere lo sport più accessibile, contrastando la carenza di campi. Ma anche in Italia è stata favorita la creazione di un numero sempre maggiore di tornei minori.
  2. coinvolgimento giovanile e nuove stelle: il tennis sta vivendo un entusiasmante ricambio generazionale. L’ascesa di giovani stelle carismatiche e attive sui social media come Carlos Alcaraz, Jannik Sinner e Coco Gauff sta rendendo lo sport più attraente e per un pubblico più giovane, abbattendo le vecchie barriere percepite di elitarismo. I dati statunitensi confermano questa tendenza: nel 2024, i giocatori sotto i 35 anni hanno rappresentato quasi due terzi della crescita totale, e il numero di core players (coloro che giocano più di 10 volte l’anno) ha raggiunto la cifra record di 13 milioni.
  3. benefici per la salute e connessione sociale: In un mondo post-pandemico sempre più attento al benessere fisico e mentale, i benefici del tennis sono un potente fattore di attrazione. Uno studio del 2018, spesso citato dall’ITF, ha indicato che il tennis può aumentare l’aspettativa di vita di 9,7 anni, più di qualsiasi altro sport analizzato. Inoltre, il suo ruolo come attività sociale strutturata risponde al crescente bisogno di connessione interpersonale (tranne quando ci sono troppe persone che si prendono troppo sul serio o che si chiamano Roger senza apparenti meriti tennistici).

È vero che ci sono dei problemi in questo quadro.

  • concentrazione geografica: la crescita non è uniforme. Il 99% dei giocatori proviene ancora da sole 33 nazioni, evidenziando una forte dipendenza dai mercati tradizionali. Tuttavia, questa dipendenza si sta lentamente attenuando. L’Asia, ad esempio, è diventata il continente con il maggior numero di giocatori in termini assoluti (35,3 milioni, il 33,4% del totale globale), dimostrando il successo delle strategie di espansione in nuove aree.
  • parità di genere: un dato che richiede attenzione è il calo della percentuale di giocatrici donne, passata dal 47% nel 2019 al 40,3% nel 2024. L’ITF attribuisce questa variazione a una raccolta dati più affidabile e precisa nel 2024, sottolineando che il numero assoluto di donne e ragazze che giocano a tennis è comunque aumentato dell’8,3%. Tuttavia, questo dato, unito al fatto che solo il 24,3% degli allenatori è di sesso femminile, indica che la parità di genere rimane una sfida cruciale per il futuro dello sport.

Infine, il tennis rimane uno sport molto costoso e, come tutti gli sport individuali, richiede molta attenzione alla persona, oltreché ai risultati sportivi.

Comunque, la premessa di Piqué su un presunto calo dei tennisti è smentita dai fatti. Il tennis non solo è in salute, ma sta crescendo a un ritmo robusto. Questa crescita non è passiva, ma è il frutto di una risposta strategica e consapevole alle sfide del contesto moderno, dimostrando la capacità di adattamento e la resilienza di uno degli sport più storici e amati al mondo.

Quanto all’idea che la crescita di padel e pickleball – confermata dai dati, in questo caso – avvenga interamente a spese del tennis è una semplificazione eccessiva. L’aumento complessivo dei praticanti in tutti e tre gli sport suggerisce, piuttosto, un’espansione generale degli sport con la racchetta.  un’espansione del mercato. Alcuni club e centri sportivi stanno trovando successo offrendo più di uno di questi sport, dimostrando che la coesistenza è possibile e potenzialmente redditizia. Un giocatore può praticare più discipline, e l’interesse per uno sport di racchetta può fungere da porta d’ingresso per gli altri. In questo senso, il mondo dei giocatori non è strettamente a somma zero.

Tuttavia, la competizione diventa spietatamente a somma zero quando si passa dalle persone allo spazio fisico e al capitale: un appezzamento di terreno può ospitare un campo da tennis, o un insieme di campi da padel, o un insieme di campi da pickleball. Non può fare tutte e tre le cose contemporaneamente. È qui che l’argomento economico di Piqué diventa la minaccia più concreta e diretta per il tennis.
Se vogliamo dare a tutto un prezzo, l’efficienza economica superiore di padel e pickleball è innegabile. Su un singolo campo da tennis, un proprietario di club può installare fino a tre campi da padel (servendo fino a 12 giocatori contemporaneamente) o quattro campi da pickleball (servendo fino a 16 giocatori). Questo potenziale di generare un fatturato per metro quadrato significativamente più alto crea un potente incentivo finanziario per la conversione dei campi da tennis, specialmente in aree urbane ad alta densità dove lo spazio è prezioso. Ogni campo da tennis convertito è un’opportunità in meno per i tennisti di giocare, un ostacolo all’accesso per i nuovi praticanti e un freno alla crescita futura dello sport a livello locale. Questa guerra per le risorse, se guidata da una fredda logica economica, è il vero campo di battaglia su cui si deciderà l’equilibrio di potere nel futuro ecosistema degli sport di racchetta.

Ma è una guerra alimentata, come abbiamo visto, da ragionamenti interessati, basati su dati incompleti o scelti selettivamente. Quanto all’obiezione che si sente ripetere da almeno trent’anni, che il tennis, cioè, sia uno sport poco televisivo, basterebbe dare un’occhiata ai dati e alle curve degli ascolti delle due finali di slam che hanno visto uno contro l’altro Jannik Sinner e Carlos Alcaraz nel 2025: Roland Garros e Wimbledon.

Dalle 17.04 alle 20.04 del 13 luglio 2025, su Tv8, canale in chiaro del gruppo Sky, a vedere la finale di Wimbledon c’erano 4.028.000 spettatori con il 29,7% di share. La gara era disponibile anche su Sky (1.528.000 spettatori con il 10,9%) e molti hanno seguito la sfida da pc e cellulari. Senza contare chi si è visto la partita al bar (non consueto, per il tennis, ma lo scriba, qui, è testimone diretto del fatto).

La finale del Roland Garros, invece, è durata cinque ore e 29 minuti. Letale, giusto, per chi pensa che l’attenzione delle persone sia sempre minore? Eppure la media mantenuta in quelle cinque ore e mezza è stata di 5 milioni di spettatori, con uno share del 38% e un picco di 7,2 milioni.

E poi ci sono le curve, appunto: guardarle e vedere che rimangono sopra agli altri canali – anche quelli “maggiori” – anche durante le pause pubblicitari è l’ennesima dimostrazione che il tennis non è anti-televisivo.

La gente non vuole vedere due servizi? Piqué e chi la pensa come lui possono dirlo a chi, invece, in quelle cinque ore e 29 minuti ha apprezzato, del tennis, una delle caratteristiche più evidenti e importanti: l’epicità. È televisiva? Forse no. Il tennis, come l’epica, non ti coccola con la gratificazione istantanea: ti chiede di restare. Ti chiede di seguire l’arco narrativo di una partita, che è come un romanzo: pieno di salite, cali, twist, sorprese. C’è dentro tutto: la psicologia, il corpo, il tempo.

Chissenefrega se è anti-televisivo.
Anzi, forse è l’unico sport che merita davvero di non essere televisivo.

E allora, viva il tennis così com’è. In un’epoca in cui tutto deve essere compatibile con lo scroll, con l’istantaneità – un gioco che ti costringe a stare lì, a seguire uno scambio lungo, a godersi le pause, a leggere i dettagli anche mentali di una partita che dura anche cinque ore è un atto quasi politico contro la velocità vuota. Contro l’algoritmo che ti dice skip intro. Contro l’attenzione misurata in secondi.

Se la televisione, lo streaming, le piattaforme non sono capaci di raccontarlo, forse devono cambiare loro.
Non il tennis.

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