

Dalla celebrazione dei reality ai crime, dai procedural alla satira fino ai Golden Globe.
Ice, Camera, Action!
Per anni, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il DHS (Department of Homeland Security) hanno filmato gli arresti di immigrati, collaborando con varie case di produzione per creare contenuti “avvincenti” stile reality show. Spesso, questi video mostrano volti, targhe e indirizzi, esponendo le persone a rischi e violando la loro privacy.
A maggio del 2023 l’organizzazione Immigrant Legal Defense (ILD), con il supporto della Stanford Law School, ha richiesto documenti e video tramite il Freedom of Information Act (FOIA), che consente di ottenere informazioni dalle pubbliche amministrazioni. Poiché le agenzie hanno ignorato la richiesta, l’ILD ha fatto causa nel dicembre 2023. La causa ha costretto l’ICE e il DHS a consegnare 1.845 pagine di documenti e 56 video.
Cosa è emerso? Che esiste (o almeno esisteva) un’iniziativa interna denominata esplicitamente “ICE, Camera, Action!”: una vera e propria operazione strategica e proattiva per sfruttare l’intrattenimento normalizzando le deportazioni e migliorando il reclutamento; che le agenzie usano attivamente i filmati per manipolare la propria immagine pubblica e promuovere la narrativa del “criminale straniero pericoloso”. Inoltre:
- l’ICE ha dedicato enormi risorse alle riprese video, trattando le operazioni di polizia come opportunità di pubbliche relazioni;
- accesso pubblico indiscriminato: I video vengono caricati su un portale della Difesa (DVIDS) dove chiunque può scaricarli senza restrizioni.
- violazione delle regole interne: Nonostante le linee guida suggeriscano di oscurare i volti e chiedere il consenso, i video spesso mostrano i volti degli immigrati senza permesso. I documenti interni usano anche un linguaggio degradante (es. “perp walks”, cioè il colpevole cammina).
- inganno visivo: i video mostrano agenti dell’ICE che indossano giubbotti con la scritta “POLICE”, ingannando gli immigrati e facendogli credere che si tratti di polizia locale.
Hollywood, la CIA, il Pentagono e l’ICE
L’ufficio di collegamento del DHS con Hollywood opera secondo una lunga tradizione stabilita dal Pentagono e dalla CIA, offrendo accesso a strutture, personale e consulenza tecnica in cambio di una rappresentazione accurata, un eufemismo che spesso sottintende “favorevole”. I documenti rivelano che l’ICE considera le proprie operazioni, anche le più controverse, non solo come atti legali, ma come opportunità per realizzare filmati destinati al consumo pubblico, costruendo una narrazione incentrata sulla pericolosità dei “criminali alieni” (questo è il termine tecnico) e sull’efficienza tecnologica dell’agenzia.
Questa strategia si manifesta chiaramente nelle serie mainstream come NCIS e FBI. In queste produzioni, la figura dell’agente ICE o HSI (Homeland Security Investigations) viene spesso introdotta attraverso la figura retorica del buon burocrate. Personaggi come l’agente speciale Brian Lange in FBI: International o le apparizioni ricorrenti in NCIS servono a umanizzare l’agenzia, presentandola come un ingranaggio essenziale nella macchina della sicurezza nazionale.
In Blue Bloods, serie nota per la sua visione conservatrice e filo-poliziesca, la rappresentazione dell’ICE assume sfumature più complesse. Sebbene la famiglia Reagan (protagonisti e vertici della NYPD) collabori spesso con le agenzie federali, emerge talvolta una tensione giurisdizionale (un classico nelle serie statunitensi). Ma non si pensi che questa tensione derivi da una critica umanitaria alle deportazioni: si tratta, invece, di una difesa della sovranità locale della polizia di New York contro l’ingerenza federale. In ultima analisi, però, la serie tende a legittimare l’operato dell’ICE quando questo è diretto contro gang violente o trafficanti, rafforzando la distinzione retorica tra “immigrati buoni” e “criminali”.
Border Wars – etica e reality show
L’apice della collaborazione tra l’ICE e l’industria televisiva è stato raggiunto con la serie Border Wars di National Geographic. Lanciata nel 2010, la serie offriva uno sguardo embedded nelle operazioni di pattugliamento del confine, adottando un linguaggio visivo fortemente militarizzato: riprese notturne a infrarossi, inseguimenti nel deserto ed elicotteri in volo. La narrazione dipingeva il confine non come un luogo di transito umano o crisi umanitaria, ma, fin dal titolo, come una zona di guerra da difendere, disumanizzando implicitamente i migranti ridotti a sagome termiche o bersagli in fuga.
Border Wars è diventata l’emblema dei rischi etici di questa simbiosi tra agenzie federali e intrattenimento. Tuttavia è durata per cinque stagioni con 56 episodi.
Immigration Nation
Con l’espansione delle piattaforme di streaming, svincolate dalle logiche degli inserzionisti tradizionali e rivolte a un pubblico globale, si è assistito, almeno parzialmente, a una rottura del consenso narrativo. Non è che i contenuti propagandistici non venissero più prodotti. Ma almeno sono apparse altre campane.
Il documentario Immigration Nation (Netflix, 2020), per esempio, rappresenta l’antitesi di Border Wars. I registi Shaul Schwarz e Christina Clusiau hanno ottenuto un accesso senza precedenti alle operazioni dell’ICE durante l’amministrazione Trump, ma hanno utilizzato questo accesso per documentare la realtà brutale delle politiche di “Tolleranza Zero”.
A differenza delle produzioni embedded, Immigration Nation mostra gli aspetti che l’agenzia tentava di nascondere. La serie documenta agenti che arrestano persone non presenti nei mandati solo perché si trovano sul luogo (li chiamano arresti collaterali), smentendo la retorica ufficiale secondo cui l’ICE prende di mira solo individui pericolosi. Ci sono scene in cui gli agenti scherzano sulle condizioni dei detenuti o mostrano ttale indifferenza. È la banalità del male di Anna Arendt applicata alla burocrazia moderna: l’orrore non nasce sempre da malvagità sadica, ma dall’esecuzione distaccata di procedure disumane. È così che l’inaccettabile diventa pratica quotidiana.
Quando i funzionari dell’ICE hanno visionato il final cut della serie si sono resi conto che il documentario non li metteva in buona luce. Invece di glorificarli, le riprese mostravano genti che esultavano per gli arresti, l’uso di tattiche illegali, la freddezza burocratica di fronte alla sofferenza umana.
Per impedire che queste immagini diventassero pubbliche, l’ICE ha adottato strategie aggressive contro il team di produzione: hanno cercato di forzare i registi a ritardare l’uscita della serie e, secondo il New York Times, l’agenzia ha minacciato denunce. Hanno minacciato anche di usare tutto il “peso del governo federale” per bloccare la pubblicazione di scene specifiche.
La censura ha fallito. Ma non è che la pubblicazione della serie abbia cambiato qualcosa. Anzi. E l’anno prima c’era già stata la serie Living Undocumented. Prodotta da Selena Gomez, la serie spostava il focus sulle famiglie colpite invece che sull’ICE. Otto famiglie che vivono nell’ombra, nell’ansia perenne di essere catturati dall’ICE e impossibilitate a regolarizzarsi, perché la macchina burocratica esercita anche una sua violenza amministrativa e appare spesso progettata per impedire la legalità anziché per agevolarla.
Superstore
Un altro esempio di critica sociale proviene dalla sitcom della NBC Superstore. Ambientata in un grande magazzino. La storyline del personaggio Mateo Liwanag, un dipendente filippino senza documenti, culmina nel finale della quarta stagione con un raid dell’ICE. La sitcom si trasforma in un realismo horror: il negozio viene circondato, la musica cessa, e Mateo viene catturato nonostante gli sforzi dei colleghi per salvarlo.
Alcuni studi condotti dal Norman Lear Center e da Define American hanno dimostrato che gli spettatori di Superstore che avevano sviluppato un legame parasociale con Mateo (considerandolo un “amico”) mostravano atteggiamenti significativamente più inclusivi e una maggiore disponibilità ad agire politicamente in favore degli immigrati rispetto ai non spettatori. Questo dimostra che la commedia (ma più in generale la narrativa) può essere efficace per messaggi politici complessi, raggiungendo un pubblico che potrebbe evitare documentari espliciti.
Orange Is the New Black
La settima stagione di Orange Is the New Black (Netflix) ha trasformato lo show da un dramma carcerario a un atto di accusa contro la detenzione per immigrati. La serie ha introdotto un centro di detenzione gestito dalla fittizia PolyCon (un chiaro riferimento a giganti privati del settore come l.a GEO Group), esponendo la mancanza di diritti fondamentali per i detenuti ICE che, a differenza dei criminali comuni, non hanno diritto a un avvocato d’ufficio. L’impatto della serie è stato tangibile: dopo aver integrato nella trama il numero verde reale dell’organizzazione Freedom for Immigrants, l’ICE ha bloccato l’accesso al numero nei centri di detenzione reali, dimostrando quanto la finzione possa minacciare l’operato istituzionale.
Jane the Virgin, The Fosters e Party of Five
Altre serie hanno utilizzato il formato del family drama per esplorare le conseguenze intergenerazionali delle politiche dell’ICE.
Jane the Virgin (The CW) ha affrontato lo status senza documenti della nonna Alba, utilizzando la trama per raccontare al pubblico le complessità e le paure legate al processo di regolarizzazione. Il cast ha partecipato attivamente a campagne di sensibilizzazione, rompendo la quarta parete tra attore e attivista;
The Fosters (Freeform) ha dedicato un intero arco narrativo nella quinta stagione alla protezione di studenti DACA, Deferred Action for Childhood Arrivals. Sono giovani immigrati negli Stati Uniti arrivati da bambini, che, grazie a un programma esecutivo istituito nel 2012, ricevono protezione dalla deportazione e permessi di lavoro, potendo così frequentare scuola e università, ma affrontano continue incertezze legali e finanziarie. In alcune scene in cui i protagonisti sfidano direttamente gli agenti dell’ICE.
Party of Five (Cinque in famiglia, Freeform, 2020) nel il reboot della serie anni ’90 ha radicalmente cambiato la premessa: i genitori non muoiono, ma vengono deportati in Messico. L’intera serie è costruita sul trauma della separazione familiare causata dall’ICE, mostrando i figli costretti a crescere da soli in un clima di ostilità politica.
Il crime e il prestige drama
In questo genere la rappresentazione dell’ICE si fa più sfumata, spesso intrecciandosi con temi di corruzione, geopolitica e sopravvivenza.
The Cleaning Lady (FOX) racconta la storia di Thony De La Rosa, medico cambogiano-filippino indocumentato. Non è una criminale per vocazione ma per necessità, spinta nell’illegalità dal sistema sanitario americano che nega cure al figlio. Impossibilitata ad accedere ai canali legali, Thony inizia a lavorare per la mafia. L’agente Garret Miller è una figura moralmente ambigua, che usa la minaccia della deportazione (inclusa quella di sua cognata Fiona) per ottenere collaborazioni.
Queen of the South e Mayans MC
In Queen of the South, l’ICE è spesso rappresentata come un ostacolo o uno strumento che i cartelli stessi manipolano o temono meno della DEA.
In Mayans MC, spin-off della serie-culto Sons of Anarchy, le politiche di chiusura del confine e l’aumento dei pattugliamenti dell’ICE vengono mostrate per il loro impatto economico sui traffici illeciti della banda motociclistica. La serie tocca temi di politica reale, come la separazione delle famiglie e i centri di detenzione, integrandoli nel tessuto narrativo noir di frontiera.
Jack Ryan
La serie Jack Ryan di Amazon Prime offre una prospettiva diversa, più allineata con la visione della comunità di intelligence. Sebbene incentrata sulla CIA, la serie tocca temi di sovranità e frontiere (in particolare nella storyline sul Venezuela, attualissima visto l’attacco a Caracas del 2026), riflettendo spesso una visione interventista che giustifica azioni extraterritoriali in nome della sicurezza nazionale: che risuona con la missione globale dell’HSI (il ramo investigativo dell’ICE).
Law & Order: SVU e la Rivolta dei Fan
Nella 21esima stagione di Law & Order: SVU, la serie ha messo in scena un conflitto aperto tra la protagonista Olivia Benson (NYPD) e l’ICE. In episodi incentrati sulla protezione di vittime e testimoni indocumentati, gli agenti dell’ICE sono stati ritratti come antagonisti che ostacolano le indagini di stupro pur di effettuare arresti amministrativi. Questa rappresentazione ha scatenato l’ira dei media conservatori e persino risposte ufficiali dal DHS, che ha accusato la serie di “demonizzare” gli agenti e mettere a rischio la loro sicurezza.Persino l’alleanza narrativa tra diverse forze dell’ordine nella TV generalista si frattura di fronte all’immigrazione negli Stati Uniti.
The Rookie e Alaska Daily
The Rookie (ABC) naviga queste acque agitate cercando di bilanciare il genere poliziesco con una sensibilità progressista. La serie introduce personaggi ricorrenti dell’ICE spesso in contesti di conflitto morale, dove i protagonisti (poliziotti “buoni”) devono mediare tra la legge federale e l’etica umana. Personaggi antagonisti come Elijah Stone, che sfruttano le debolezze del sistema, vengono talvolta messi in contrapposizione a un sistema legale che però non sempre garantisce giustizia.
Alaska Daily (ABC), sebbene focalizzata sul giornalismo e sulle donne indigene scomparsa, tocca tangenzialmente temi di marginalizzazione e burocrazia federale che risuonano con le critiche all’ICE, specialmente nel contesto delle comunità vulnerabili che diffidano delle autorità federali.
South Park
Sul fronte satirico, South Park ha affrontato l’argomento con la sua tipica irriverenza brutale. In episodi che parodiavano l’ex governatrice e attuale segretaria della sicurezza interna Kristi Noem e le politiche di frontiera, la serie ha ridicolizzato l’ICE e la gestione politica dell’immigrazione, utilizzando l’iperbole per evidenziare l’assurdità e la crudeltà di certe dinamiche, come la militarizzazione burocratica.
La rappresentazione che distorce
Nonostante le serie critiche, c’è un divario enorme tra la rappresentazione televisiva e la realtà dei fatti Studi condotti da Define American e dal Norman Lear Center hanno quantificato questa distorsione.
| Categoria | Rappresentazione in TV (2018-2022) | Dati Reali (statistiche USA) | Discrepanza e note |
| Associazione con la Criminalità | 22% – 34% dei personaggi immigrati sono associati a crimin | Tassi di incarcerazione inferiori ai cittadini USA | Sovra-rappresentazione massiccia (fino a 4 volte) che alimenta il mito del “criminale alieno”. |
| Incarcerazione | 11% dei personaggi immigrati sono mostrati in carcere | ~1% della popolazione immigrata | Distorsione dovuta all’uso drammaturgico della prigione come setting narrativo. |
| Status irregolare (senza documenti) | 63% dei personaggi con status irregolare | 24% della popolazione immigrata totale | La TV tende a sovrapporre “immigrato” a “illegale”, ignorando la maggioranza regolare. |
| Rappresentazione asiatica | 12% dei personaggi immigrati | 26% degli immigrati negli USA | Sotto-rappresentazione significativa di una delle comunità di immigrati più ampie. |
ICE OUT ai Golden Globes 2026
Per finire, c’è anche l’attivismo agli eventi. Quest’anno, l’accessorio più fotografato alla 83ª edizione dei Golden Globes non è stato un gioiello, ma una piccola spilla bianca e nera che con due slogan: “ICE OUT” e “BE GOOD”.
Le spille sono un omaggio diretto a Renee Good, una donna uccisa a sangue freddo da un agente dell’ICE, e a Keith Porter, vittima di un altro omicidio simile a Los Angeles la notte di Capodanno.
La morte di Renee, in particolare, ha scatenato un’ondata di indignazione che dai picchetti nelle strade innevate del Minnesota è arrivata dritta al Beverly Hilton. Star come Mark Ruffalo, Wanda Sykes e la vincitrice Jean Smart hanno usato il tappeto rosso dei Golden Globes per fare attivismo: indossare quella spilla significa rifiutare la narrazione ufficiale che etichetta queste morti come “danni collaterali” e puntare i riflettori su un sistema che, come mostrato nei documentari degli anni scorsi, continua a operare con metodi che molti, finalmente, definiscono fuori controllo.
La sensazione, però, è che non basterà per cambiare le cose.






