La storia vera di Scherzi a Parte si nasconde in quello che non può andare in onda in tv

Dietro le risate del programma cult Mediaset (che torna su Canale 5 con Max Giusti) ci sono scherzi scoperti, interrotti e mai trasmessi: la storia nascosta che racconta davvero il format

Lunedì 2 marzo torna in prima serata su Canale 5 e Mediaset Infinity Scherzi a parte, con la conduzione per la prima volta affidata a Max Giusti. Un titolo che non ha bisogno di presentazioni: è uno di quei format che, dal suo esordio nel lontano 1992, ha attraversato le stagioni televisive, cambiato conduzione e meccanismo, pur restando un cult della televisione nostrana. Il meccanismo è semplice: la premessa è quella delle classiche candid camera, ma applicate a personaggi famosi e più cattive.

Il successo del format lo si deve soprattutto a loro, i vip: perché fare uno scherzo a una persona comune è divertente e sociologicamente parlando può darci una temperatura del comportamento che cambia nella nostra società di fronte a certe situazioni, ma quando la vittima è un personaggio famoso, la morbosità di sapere come potrebbe reagire davanti a situazioni assurde e, soprattutto, senza sapere di essere ripreso dalle telecamera, è altissima.

Oltre a questa versione del programma, però, ce n’è un’altra, ovvero gli scherzi che non hanno funzionato, le gag scoperte troppo presto e le reazioni che hanno mandato all’aria settimane di preparazione. Parliamo di scherzi che esistono in un archivio, da qualche parte nei magazzini di Mediaset, ma che non vedremo mai perché la vittima non ha firmato la liberatoria.

Gli scherzi che non sono mai andati in onda

Partiamo da un dato semplice, forse non noto a tutti: uno scherzo può essere trasmesso solo con la firma della vittima, che acconsente a mandarlo in onda. Senza la cosiddetta liberatoria, insomma, il girato resta in archivio, e forse questo è lo spauracchio peggiore degli autori di Scherzi a parte: aver lavorato per settimane a uno scherzo per niente.

Nel corso degli anni, in questa lista dei “mai trasmessi” sono finiti nomi pesanti. C’è Adriano Celentano, per esempio: lo scherzo fu organizzato, andò in porto e fu e girato, ma non arrivò mai in tv perché Celentano rifiutò di firmare. Secondo le ricostruzioni, non gradì il modo in cui appariva in video: la microcamera alterava i suoi lineamenti.

Poi c’è Giancarlo Giannini. In questo caso la reazione fu molto più accesa: lo scherzo degenerò, Giannini si arrabbiò al punto da rompere una telecamera e la liberatoria non arrivò. Anche qui, tutto finito nel cassetto. Lo scherzo fatto a Claudio Cecchetto, invece, lo coinvolgeva in un contesto politicamente delicato, con un falso amico che criticava Silvio Berlusconi. Cecchetto scelse di non autorizzare la messa in onda.

Ci sono poi una serie di nomi che tornano negli elenchi storici dei “bloccati”: Alessandro Benvenuti, Mario Capanna, Andriy Shevchenko ed Emma Bonino. Per loro le informazioni pubbliche sono più scarne. Sappiamo che lo scherzo fu preparato, in alcuni casi girato almeno in parte, ma non autorizzato. Non conosciamo nel dettaglio la dinamica, ma ci basta sapere che la firma non è arrivata.

A ben pensarci, questo è il lato meno romantico del format. Scherzi a parte promette spontaneità, ma vive di consenso postumo. La risata arriva solo se chi è stato messo alla prova decide di accettare quel racconto, e anche di mostrarsi al pubblico tv per come non lo ha mai visto: ingenuo, arrabbiato, disfatto.

E se lo scherzo viene scoperto?

Tra i timori degli autori, ci sono anche gli scherzi che si interrompono perché la vittima capisce tutto prima del tempo. In altre parole, lo scherzo viene sgamato. È successo nel corso degli anni a più di un volto noto, da Giancarlo Magalli a Gerry Scotti.

Ci sono stati poi i casi di Paolo Maldini e Andrea Pucci: il calciatore e il comico intuirono di stare per finire nella rete di Scherzi a Parte, ma soprattutto gli autori capirono che avevano capito. Ecco che, allora, lo scherzo è stato ricalibrato in tempo reale, cercando di portare a casa l’effetto sorpresa.

Sono casi, questi, in cui non c’è rabbi o rifiuto legale. Semplicemente, il problema è di narrazione tv: se il protagonista sa di essere al centro di uno scherzo, il meccanismo stesso del format non funziona più e quell’effetto spontaneità che il programma va cercando sfuma.

I due scherzi mai visti più famosi

Tra tutti i nomi che avete letto fin qui, ne mancano due, rappresentativi di due categorie distinte: quando lo scherzo non riesce ed ha conseguenze nella vita reale e quando, invece, viene interrotto per la sicurezza di chi è coinvolto. Cominciano dal primo caso, legato a Mike Bongiorno.

L’idea, come raccontato più volta dal suo ideatore Marco Balestri, era ambiziosa: simulare una fuga di orsi a Saint Moritz, con un finto plantigrado calato sull’auto del conduttore. Qualcosa però andò storto durante l’esecuzione, tra cadute sul ghiaccio e imprevisti tecnici, con la moglie di Bongiorno che intuì qualcosa di strano.

La situazione perse credibilità, la tensione salì, e alla fine Bongiorno non solo non firmò la liberatoria, ma si arrabbiò talmente tanto che interruppe i rapporti con lo stesso Balestri. È, questo, il caso più emblematico di come possa essere fragile l’equilibrio su cui si regge tutto il programma.

Infine, lo scherzo ad Andrea Occhipinti. Durante la realizzazione dello scherzo, si sentì male e la produzione fermò tutto. Un caso estremo, che però va tenuto in considerazione da chi organizza gli scherzi: quando un limite umano entra in scena lo stop deve essere immediato.

Le due facce del format

Di Scherzi a parte vediamo in tv solo il lato riuscito: gli scherzi che funzionano, le risate, il momento della rivelazione e la mitica frase “Sorridi, sei su Scherzi a Parte!” Ma la storia del programma è fatta anche di tentativi abortiti, di sospetti, di no detti a freddo davanti a un modulo da firmare, ma anche di vip che si sono arrabbiati, di altri che hanno intuito troppo presto, di qualcuno che si è sentito male.

Ed è proprio questa parte invisibile che racconta meglio il format. Perché dimostra che, nonostante la macchina organizzativa, la televisione non controlla tutto. La reazione umana resta imprevedibile. E a volte non è televisiva. In un’epoca in cui tutti sono iper-consapevoli delle telecamere e dei meccanismi mediatici, la vera domanda non è se gli scherzi faranno ridere. È quante volte riusciranno ancora a sorprendere davvero.

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