

Due serie tv iconiche nei primi anni Duemila sono da poco tornate con nuovi episodi: Scrubs e Malcolm si ripresentano al pubblico di Disney+ con due continuazioni differenti e, soprattutto, due visioni agli antipodi di come dare un senso ai revival oggi tanto di moda
Una è uscita (negli States) a febbraio, l’altra un mese e mezzo dopo. Due mondi differenti, che al loro debutto nei primi anni Duemila andavano in cerca di pubblici differenti. Oggi, a 26 anni di distanza, il tempo si è fatto sentire per entrambe, ma c’è chi ha saputo adeguarsi e chi ha fatto un po’ più fatica.
Se sono stato troppo criptico, lasciate che mi spieghi subito: su Disney+ sono disponibili due tra i revival più attesi degli ultimi mesi. Uno è quello di Scrubs, che è tornato con una decima stagione e con il cast originale quasi al completo; l’altro il ritorno di Malcolm, con una miniserie sequel di quattro episodi che ha avuto la capacità di riportare nel cast originale anche Bryan Cranston, che prima del successo planetario di Breaking Bad interpretava il padre del protagonista.
Due serie che hanno accompagnato per anni il pubblico (Scrubs è durata nove stagioni, Malcolm sette, esclusi i revival) e che, ciascuna a modo suo, ha riscritto le regole della comedy televisiva. Nell’epoca in cui il terrore per le novità sta costringendo le case di produzione a guardare indietro invece che avanti e a riproporre in formato di sequel storie che il pubblico già conosce, Scrubs e Malcolm sono tornati con nuovi episodi. Nessun reboot, ma vere e proprie continuazioni delle storie che pensavamo si fossero concluse per sempre.
Due operazioni che, quindi, sarebbero potute apparire come simili tra di loro, e che invece hanno stimolato differenti reazioni. Perché se da una parte l’idea di sequel ha fornito un incentivo a rinnovare il formato e ad aggiornare il tema portante della serie, dall’altro non c’è stata nessuna spinta di questo tipo, ma solo una timida rimpatriata che suscita nostalgia e dolcezza, ma nulla di più. E quale sia delle due quella che ha deluso di più potrebbe stupirvi.
Scrubs, che ti ha fatto il 2026?
Cominciamo proprio con la serie che, inaspettatamente, ci ha lasciato un senso di amarezza. Scrubs, la comedy che nei primi anni Duemila era diventato un appuntamento fisso per la Mtv Italia che aveva trovato spazio nel proprio palinsesto anche per le serie tv, al suo ritorno sembra aver perso il suo focus originario.
Non è tutta colpa della scrittura, o del suo creatore, quel Bill Lawrence che in questi anni ha dimostrato di saperci ancora fare con il piccolo schermo (è uno dei creatori di Ted Lasso, Shrinking e della nuovissima Rooster, su Hbo Max). Se Scrubs non ha più quel piglio originale che aveva una volta è innanzitutto colpa del politicamente corretto.
L’originale di più di vent’anni fa era dissacrante, usava personaggi -come il Todd, oggi ridotto a macchietta di se stesso- per prendere in giro determinati stereotipi, faceva dell’assurdo e del nonsenso la sua cifra, approfittando di una libertà stilistica che ne decretarono il successo.
Quella libertà, oggi, è venuta meno. Non del tutto, certo, ma tutto ciò che è Scrubs nel 2026 è molto lontano da quello che era alle origini: le battute del Dr. Cox (che compare pochissimo), i filmati mentali di JD, gli sfottò tra specializzandi, la comicità di Scrubs non vuole più osare, ma preferisce restare a livello sorrisetto e non di più.
E anche i personaggi subiscono l’effetto scongelamento: JD, Elliott e Carla, il cuore della serie, è come se in questi anni di assenza avessero vissuto poco o niente. Certo, scopriamo dettagli sulle loro vite private e professionali, ma effettivamente quanto sono cresciuti? Poco, nonostante l’età si faccia sentire sui loro volti. Si è creata così una dissonanza tra ciò che erano e ciò che sono che ci lascia perplessi e che da retrocesso Scrubs da comedy irriverente ma intelligente a comedy ordinaria, che ci prova ma sa di non potere.
Malcolm, che vita (e che sorpresa)!
Quello che ci si aspettava da Scrubs è giunto da un altro revival, da pochi giorni anch’esso su Disney+, nel catalogo Hulu. Malcolm: che vita! è una miniserie sequel in quattro episodi che racconta come se la stanno passando i protagonisti della family comedy andata in onda sulla Fox per sette stagioni.
Un progetto estremamente lucido nelle sue intenzioni, la cui composizione -quattro episodi da poco più di 25 minuti ciascuno- ha indubbiamente aiutato a limare al meglio ogni dettaglio. Il ritorno di Malcolm si inserisce benissimo all’interno di una riflessione universale e senza tempo, legata alle dinamiche familiari e a come esse possano cambiare quando un figlio entra nell’età adulta e cerca emancipazione.
Lo stile di Malcom resta lo stesso, divertente, mai volgare, a tratti nonsense, ma a dargli quel tocco che rende la miniserie meritevole di esistere è il messaggio di fondo di cui è permeata fin dall’inizio: non importava quanto te ne allontani, la famiglia resterà sempre parte di te.
L’idea del revival, in questo senso, non solo permette alla storia di fare un passetto avanti mostrandoci come stanno oggi figli e genitori, ma trova un senso al progetto che non sia solo quello di attirare i nostalgici dell’originale. Tutti sono uguali ad allora ma anche un po’ diversi e, nel corso degli episodi, imparano cose nuove su loro stessi. Una vera rimpatriata.
Cosa ci dicono questi due esempi?
Quelli di Scrubs e Malcolm sono due casi che riescono a fornirci uno spaccato di come oggi si possa intendere un revival. Perché se si devono per forza ripescare serie del passato per realizzare nuove continuazioni, lo si deve fare non solo guardando ai dati di piattaforme e di marketing, ma anche al contenuto. Solo avendo qualcosa da dire l’idea di riportare in scena vecchi personaggi diventa vincente: altrimenti, la maschera cade subito.





