Versailles in piano sequenza, da Alberto Angela e la sua squadra un’altra (eccezionale) lezione di produzione tv

L’eccezionalità del piano sequenza diventa quasi un nuovo ‘standard’ per Alberto Angela e la sua incredibile squadra, ma ogni volta l’asticella si alza, in maniera sostanziale. E, lo ribadiamo, ora aspettiamo la diretta…

 

Dopo quasi due anni, Alberto Angela e la sua squadra – quella del CPTv di Napoli diretto da Gabriele Cipollitti – riescono ad alzare il livello dell’impresa in piano sequenza.

Quasi due anni fa, su un’altra testata, scrivevo che lo Speciale Meraviglie a Pompei era un’opera d’arte e di téchne, una summa di “Arte narrativa e di Tecnica cinematografica, senza fare un torto alla cultura classica: tecnica è arte nel mondo classico” e quanto fatto da Angela e dalla sua squadra prima a Pompei e ora a Versailles “è l’essenza stessa del concetto di ars latina e di τέχνη greca”. Arte e tecnica si fondono in tutti i possibili aspetti realizzativi di questo prodotto, come fu per Pompei. Ma rispetto a Pompei ci sono stati persino degli upgrade e non di poco conto: con Versailles ci si è voluti complicare la vita, si è voluto provare qualcosa di nuovo e di diverso, si è puntato ancora più in alto.

E vediamo come, punto per punto.

 

L’affabulazione tra Voice Over e Doppiaggio

Quel che mi colpì a Pompei fu la (sovrumana) capacità affabulatoria di Alberto Angela, “che riesce a tenere il filo del racconto per due ore senza anacoluti o cambi di progettazione tematica e che provvede anche a tenere dritta la barra del ritmo tv” e che si è confermata nel raccontare le gesta, soprattutto private, dei sovrani che hanno abitato il Palazzo. Una capacità certo non nuova, ma forgiata dalla professionalità e dalle prove: vederlo ripetere copione e movimenti nei pochi minuti finali dedicati al backstage – una perla MAI skippabile – dà un piccolo assaggio di quello che una produzione di Ulisse, per di più in piano sequenza, vuol dire.

In questo viaggio tra le sale di Versailles si è fatto qualcosa in più: la voice over sulle immagini del drone e l’interazione con gli ospiti francesi intrecciatisi nel racconto principale. Si è dovuto, quindi, inserire la traduzione degli interventi in lingua. Le abitudini di consumo italiano hanno portato al doppiaggio, ma i sottotitoli avrebbero potuto rendere il tutto più fluido ed evitare lo stacco sul fronte audio. E poi sentire Alberto Angela parlare francese sarebbe stato un valore aggiunto.

A proposito di doppiaggio, per la prima volta qui ci siamo imbattuti in un paio di correzioni al testo passate per un intervento post-produttivo. L’obbligo con un piano sequenza è quello di non sbagliare, ma se accade su un prodotto di oltre due ore si deve trovare il modo di rimediare. Ed è interessante notare che se il primo intervento è servito a correggere la casata della madre di Luigi XIV (Anna d’Austria, casata Asburgo), gli altri due hanno modificato due “tecnicamente”, usati per raccontare la successione di Luigi XV al momento del suo ghigliottinamento, che sono diventati “teoricamente”. Una variazione semanticamente importante che si traduce in un dettaglio realizzativo quasi commovente in un mondo dove sembra che valga tutto, non solo sul piano linguistico.

 

La scrittura di cesello

Quell’avverbio doppiato perché ‘scorretto’ aiuta a mettere in luce una scrittura in cui nulla è lasciato al caso, a Pompei come Versailles: il racconto è costruito su personaggi precisi, in spazi studiati e con tempi calcolati. Le coordinate stesse del racconto cinematografico.

Un racconto fatto di dettagli, che si muove tra edito e inedito, come sempre nei prodotti di Angela. Come uno ‘speleologo’, Alberto Angela si insinua nei meandri angusti del Palazzo mostrando quello che non si è mai visto, come le stanze private dei sovrani e delle favorite, che si diramavano da quelle lussuose che fanno ormai parte del percorso turistico. Ma il gioco narrativo è sempre lo stesso, nell’Antica Pompei come nella Versailles rococò: svuotare gli spazi dalle orde della contemporaneità per riempirli di coloro che li vivevano e li animavano, che fossero le storie dei pompeiani due anni fa o i danzatori e i musici nella Galleria degli Specchi, persino i sovrani, fatti rivivere tramite gli abiti (Maria Antonietta) e gli oggetti (lo scrittoio del Re) e tramite i racconti degli esperti. Racconti che si fanno ‘notizia’, come il sovrano che cucinava per gli amici nelle stanze della Pompadour.

Il sublime – e il target – è nei dettagli

Ma la scrittura tv è anche – se non moltissimo – nella colonna sonora.

La costruzione tra testo e musica ha offerto diverse chicche e molte citazioni. Si sono sentiti, per dire, anche echi di Bridgerton.

Del parlato abbiamo accennato, evidenziando l’aspetto della VO e del doppiaggio, ma è nella scelta della colonna musicale che si è ‘annidato il Diavolo’, che – si sa – è nei dettagli. All’orecchio degli ‘anta’, infatti, è balzata la scelta della colonna sonora dell’anime Lady Oscar, sin dall’ingresso nella Cour Royale.

Le musiche della serie animata, ma anche i suoi effetti sonori hanno puntellato il racconto, ma l’apoteosi è stata il  ‘reclutamento’ delle voci che hanno doppiato Maria Antonietta – (Laura Boccanera) riconoscibile nella traduzione dell’esperta che ha raccontato l’abito rosa della Regina (con tanto di rimando a Rose Bertrand) nella sua camera da letto ufficiale e nelle lettere inviate al suo amato – e il conte svedese Hans Axel von Fersen nelle sue epistole d’amore (ci è sembrato fosse Luciano Roffi). Il fatto di non averli visti nei titoli di coda non ci permette di confermarne la presenza, ma l’imprinting d’infanzia ci spinge a riconoscerli e a individuarli come quasi un ‘easter egg’ per il target d’elezione. Perché è anche da questi dettagli – anch’essi dimostrazione dell’attenzione per ogni aspetto del prodotto – che si capisce quale sia il target di riferimento del titolo. E noi ‘anta’ di certo ci rientravamo di netto.

 

 

Le scale, nuovo cult televisivo

Sempre nel commento di Pompei chiosavo con una “ode alla squadra che fece l’impresa”. La squadra CPTv Rai di Napoli, guidata dal regista Gabriele Cipollitti, sembra averci preso gusto. Se alla fine della lunga esperienza pompeiana il team esultò per il successo di quella prima volta un po’ folle, rendendo partecipe anche il pubblico a casa di quella gioia, a Versailles la squadra si presenta subito con una diversa consapevolezza. Sa di potercela fare, sa di poter realizzare un’altra chicca e si spinge oltre: non solo prepara un nuovo racconto in piano sequenza, ma si cimenta nel più lungo piano sequenza tv mai realizzato. E per di più tra esterni e interni. Un elemento affatto secondario.

In primis, la luce.

Il continuo cambio di luci, da esterno a interno, o dalle grandi sale agli spazi chiusi, è una variabile introdotta in questo tour di Versailles ed è uno di quegli upgrade che testimoniano la volontà di spingersi sempre avanti.

Nel passaggio dalla Cour d’Honneur all’ingresso negli appartamenti privati del Re, ad esempio, si è riusciti a evitare il fisiologico ’effetto ‘accecamento’ che deriva dalla transizione dalla luce del grande spazio alla dimessa anticamera che accoglieva il sovrano. E questo continuo cambio di luci, gestito come se nulla fosse, è già una dimostrazione di conoscenza e abilità tecnica.

In secundis, gli ambienti.

Di questo Ulisse – Versailles in piano sequenza una cosa di certo resterà nella memoria di chi ama il dietro le quinte della produzione tv: le scale.

Quelle scale sono la manifestazione plastica della sfida di questa produzione per gli operatori di ripresa: la steady che si muove in quei budelli – nei quali si fa fatica a immaginare potessero passare anche gli abiti delle nobildonne – ha catalizzato l’attenzione, e il tifo, del pubblico a casa. Salire e scendere per le ristrette rampe di scale a chiocciola che portano agli appartamenti privati senza tentennare è stata una delle sfide di questa edizione, un po’ come nella prima fu accompagnare Alberto Angela sulle infide pietre di Pompei, camminando all’indietro.

Ma non solo. Quell’inquadratura sulle scale è la cosa meno televisiva di tutto il racconto e nello stesso tempo la cosa più rappresentativa di questo tipo di produzione: il piano sequenze costringe a un racconto per necessità ‘ristretto’ (e nonostante questo abbiamo visto cose che mai avremmo visto, qui e a Pompei) e per certi versi ‘più sporco’, visto che accoglie passaggi che altrimenti sarebbero espunti. Ma è il bello del piano sequenza.

 

“Venghino siore e siori, non c’è trucco e non c’è inganno”

Questo speciale Versailles si è aperto ‘svelando’ subito il meccanismo: prima che si potesse mettere in dubbio la genuinità del tutto, è stato mostrato il ‘trucco’ che ha permesso l’uso di droni e di steady-cam. L’anteprima e la coda del prodotto restano le perle per chi ama la tv, da osservare e studiare con attenzione.

E aspettiamo una nuova masterclass sulla realizzazione di questo prodotto, magari anche on demand. Adesso spazio alle nuove quattro puntate ‘regular’ di Ulisse, in attesa di una nuova sfida da ammirare. Magari in diretta…

 

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