Yannick Nézet-Séguin e la rivoluzione gentile al concerto di Capodanno

Nella “casa” dei Wiener Philharmoniker un concerto quasi completamente inedito

Il Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker (Neujahrskonzert der Wiener Philharmoniker) è il rito liturgico più sacro e visibile del calendario musicale classico globale. Trasmesso in oltre 150 paesi e seguito da un pubblico stimato di 50 milioni di spettatori, questo evento trascende la mera esecuzione musicale per divenire un potente veicolo di diplomazia culturale, un biglietto da visita dell’identità austriaca e, inevitabilmente, uno specchio delle tensioni sociopolitiche che attraversano il continente europeo (e non solo). L’edizione del 2026, un po’ a sorpresa, è uno spartiacque. Non solo perché si celebra il duecentesimo anniversario dalla nascita di Johann Strauss II, uno dei più famosi compositori austriaci che domina, con la dinastia degli Strauss, il programma del concerto, ma soprattutto per alcuni fattori artistici e politici che sfidano apertamente la reputazione conservatrice dell’istituzione.

Breve storia del Concerto e dei Wiener

I Wiener Philharmoniker non sono un’orchestra qualsiasi; sono un’istituzione autogovernata che incarna l’anima musicale di Vienna. La loro storia è indissolubilmente legata alle pagine più oscure del XX secolo, un passato che l’orchestra ha iniziato ad affrontare con trasparenza solo in tempi recenti. Durante il regime nazista, l’orchestra subì una “purificazione” brutale: nel 1938, i membri ebrei furono espulsi e l’Associazione fu sciolta, salvata nella sua operatività solo dall’intervento di Wilhelm Furtwängler che ne riconobbe il valore propagandistico. Cinque membri morirono nei campi di concentramento, mentre altri due morirono a Vienna in seguito alle persecuzioni. Nel 1942, ben 60 dei 123 musicisti attivi (quasi il 50%) risultavano iscritti al partito nazista (NSDAP), una percentuale molto più alta della media della popolazione.

Il concerto di Capodanno nacque nel 1939 sotto l’egida del regime nazista come strumento di propaganda e raccolta fondi per il Kriegswinterhilfswerk (Opera di soccorso bellico invernale).

Nel 1946, con l’Austria sotto occupazione alleata, Josef Krips diresse il primo concerto del dopoguerra ufficialmente denominato “Concerto di Capodanno”, introducendo la tradizione del Radetzky March come bis. Marcia militare composta da Johann Strauss padre, celebrava la riconquista austriaca di Milano dopo i moti rivoluzionari in Italia del 1848, ad opera del maresciallo Josef Radetzky. Non esattamente una scelta di pace (anche se permane ancora oggi come bis, insieme al valzer Sul bel Danubio blu). Non solo: l’arrangiamento utilizzato per decenni conteneva modifiche apportate da Leopold Weninger, un compositore noto per i suoi arrangiamenti di inni nazisti, un dettaglio che l’orchestra ha corretto solo recentemente commissionando una nuova edizione critica priva delle alterazioni di epoca nazista.

L’orchestra mantenne una struttura rigidamente maschile e conservatrice per decenni. Solo nel 1997, sotto forti pressioni internazionali e minacce di boicottaggio durante i tour negli Stati Uniti, l’arpista Anna Lelkes divenne la prima donna membro ufficiale dei Wiener Philharmoniker. Questo avvenne in un periodo in cui la politica austriaca stava per svoltare a destra: nel 2000, infatti, si formò il primo governo di coalizione che includeva l’FPÖ (Partito della Libertà Austriaco) di Jörg Haider, scatenando sanzioni diplomatiche dall’Unione Europea.

Ancora oggi, nonostante i progressi, la presenza femminile e la diversità etnica all’interno dell’organico sono temi di discussione. Critiche ricorrenti etichettano l’orchestra come un bastione del passato, “un po’ indietro coi tempi”. Tuttavia, negli ultimi anni, sotto la guida del presidente Daniel Froschauer, violinista dell’orchestra, si è assistito a una cauta ma tangibile evoluzione. L’orchestra ha iniziato a collaborare più frequentemente con direttori della “nuova generazione” e ha intrapreso passi simbolici verso l’inclusività, cercando di conciliare la conservazione del “suono viennese” con le aspettative di una società globale.

Infine, arriviamo al biennio 2024-2026: mentre l’FPÖ ottiene una vittoria storica alle elezioni parlamentari del 2024 col 28,8% dei voti, i Wiener Philharmoniker annunciano per il 2026 il programma più progressista della loro storia, affidando il podio a un direttore apertamente gay e inserendo musiche di compositrici donne e afroamericane

 

Yannik Nézet-Séguin

La nomina di Nézet-Séguin per il 2026 non segue il percorso tradizionale di un “anziano statista” della musica che riceve l’onore dopo decenni di servizio. Sebbene il suo debutto con i Wiener risalga al 2010 durante la Settimana Mozartiana a Salisburgo, il momento decisivo che ha cementato il suo legame con l’orchestra è avvenuto nel febbraio 2022 a New York.

Pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la Carnegie Hall e i Wiener Philharmoniker presero la decisione storica di estromettere Valery Gergiev, direttore filo-putiniano, dal tour americano previsto. L’orchestra si trovò improvvisamente senza guida per tre concerti cruciali. Il canadese Nézet-Séguin, che si trovava a New York per le prove del Don Carlos al Met, accettò di sostituire Gergiev con un preavviso brevissimo, imparando il programma e dirigendo l’orchestra con successo quasi senza prove.

Con la sua nomina a direttore per il concerto di capodanno, l’orchestra ha di fatto ringraziato Yannik Nézet-Séguin per aver salvato il loro tour.

 

La sua figura rompe gli schemi tradizionali in molteplici modi. È apertamente gay e vive la sua identità con naturalezza, parlando liberamente del suo partner Pierre Tourville e del suo impegno per la comunità LGBTQ+. In un contesto conservatore come quello viennese, e ancor più in un’Austria dove la retorica anti-LGBTQ+ è spesso cavalcata dall’estrema destra, la sua presenza sul podio più visibile dell’anno è un potente segnale di visibilità e normalizzazione. Noto per il suo “podium athleticism” (atletismo sul podio) e per scelte sartoriali audaci — ha diretto il concerto in un abito su misura Louis Vuitton — porta una freschezza visiva che contrasta con la rigidità tradizionale, pur rispettando il decoro dell’evento. È un fervente sostenitore della riscoperta di compositori emarginati, in particolare Florence Price, di cui ha registrato le sinfonie con la Philadelphia Orchestra vincendo un Grammy. La sua missione artistica è quella di ampliare il canone della musica classica. 

 

 Il Programma del 2026: un messaggio in codice

Il programma del Concerto di Capodanno 2026 è un capolavoro di ingegneria diplomatica e culturale. Apparentemente rispetta la tradizione, includendo dieci brani della famiglia Strauss e dei loro contemporanei, ma introduce cinque “prime assolute” per il Capodanno, tra cui due opere rivoluzionarie di compositrici donne, una mossa senza precedenti nella storia dell’evento.

Florence Price: il “Rainbow Waltz” e la rottura del canone

L’inclusione di Rainbow Waltz di Florence Price (1887-1953) è forse l’elemento più dirompente e simbolico dell’intero concerto. Price è stata la prima compositrice afroamericana a vedere una propria sinfonia eseguita da un’orchestra maggiore negli Stati Uniti (la Chicago Symphony nel 1933), ma la sua opera è rimasta a lungo dimenticata fino alla recente riscoperta, di cui Nézet-Séguin è stato fautore. Sebbene Rainbow Waltz sia un pezzo stilisticamente accessibile e melodico, perfettamente in linea con l’estetica “leggera” e danzante del Capodanno, la sua presenza è un atto politico. Inserire una donna nera dell’Arkansas, che visse l’era delle leggi Jim Crow e la cui musica fonde la tradizione romantica europea con gli spirituals e i ritmi afroamericani (come la Juba dance presente nelle sue sinfonie), nel tempio del Musikverein, è una dichiarazione potente.

Nézet-Séguin ha dichiarato: “Florence Price è stata ingiustamente relegata per ragioni di genere e razza… ora è una compositrice molto importante… influenzata dal valzer viennese, un passo avanti verso una musica classica più aperta”. Eseguire questo brano significa riconoscere che il “canone” non è immutabile e che Vienna è disposta ad accogliere voci storicamente silenziate, sfidando l’idea di una cultura europea “pura” e impermeabile.

Mentre la politica austriaca guidata dall’FPÖ discute di “remigrazione” e identità nazionale chiusa, i Wiener Philharmoniker celebrano una donna che ha dovuto combattere la segregazione razziale nel suo stesso paese. È un cortocircuito culturale deliberato: un’apertura globale che risponde a una chiusura locale.

Josephine Amann-Weinlich: restaurare la storia austriaca

Se Price rappresenta l’apertura internazionale e razziale, la scelta di Josephine Amann-Weinlich (1848-1887) e della sua Sirenen Lieder (Mazurka op. 13) rappresenta un’operazione di “giustizia storica” interna. Amann-Weinlich è una figura straordinaria della Vienna del XIX secolo. Fondò e diresse la prima orchestra femminile d’Europa (la Wiener Damenorchester) nel 1868. In un’epoca in cui le donne erano escluse dalle orchestre professionali (inclusi gli stessi Wiener Philharmoniker), lei creò un proprio spazio imprenditoriale e artistico, portando la sua orchestra in tournée negli Stati Uniti e a San Pietroburgo, sfidando lo scetticismo e il sessismo dell’epoca.

Eseguire un brano di una donna che, 150 anni fa, faceva ciò che i Wiener impedivano è un’ammissione implicita delle colpe passate dell’istituzione. È un omaggio tardivo a una concittadina che sfidò il patriarcato musicale viennese proprio nella città che la ostacolava.

Sirenen Lieder (Canti delle Sirene) è una polkamazurka, un genere tipicamente viennese. La sua inclusione dimostra che le donne hanno sempre contribuito alla creazione del “suono viennese”, anche se la storia ufficiale le ha cancellate dai libri e dai programmi di sala.

Johann Strauss II e il 200° anniversario: le radici

Non bisogna dimenticare che il 2026 è l’anno di Johann Strauss II (1825-1899). Il programma è ancorato saldamente ai suoi capolavori, garantendo che l’innovazione non alieni il pubblico tradizionalista. Tra i brani scelti figurano Rosen aus dem Süden (Rose del Sud) e An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu). Inoltre, l’apertura con l’Ouverture dall’operetta Indigo und die vierzig Räuber (Indigo e i quaranta ladroni), la prima operetta di Strauss, celebra l’inizio dell’età d’oro dell’operetta viennese. La giustapposizione è chiara: Strauss rappresenta le radici, l’identità immutabile; Price e Weinlich rappresentano i nuovi rami che permettono all’albero di non morire di vecchiaia.

 

In inglese e francese, il direttore d’orchestra ha chiarito a parole tutta la simbologia delle sue scelte, invitando il mondo alla pace e alla gentilezza. Con la sua gestualità e mimica e con il suo stile ha coinvolto il pubblico, finendo per dirigerlo durante la marcia di Radetzky in mezzo alla sala (perso per un attimo dalla regia).

L’irritualità di questo Concerto di Capodanno 2026 non può passare inosservata. C’è da chiedersi, però, se questo afflato pacificatore riuscirà a permeare anche il mondo fuori dalle élite culturali. Anzi, c’è da augurarselo, perché non rimanga un afflato fine a sé stesso.

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