Quando Dawson’s Creek citò Beverly Hills 90210
Dawson's Creek S2E20 - Riuniti

Il rewatch nostalgico di Dawson’s Creek seguito alla morte di James Van Der Beek ha due vantaggi: il primo, la possibilità di guardare la serie col senno di poi, la seconda di godere della lingua originale, preclusa a noi telespettatori lineari anni ’90. E le sorprese non mancano…

Quando muore un ‘compagno di gioventù’ come è stato James Van Der Beek per la Gen Z l’effetto nostalgia è inevitabile. Complice il tempismo (inatteso) della disponibilità di tutte le stagioni di Dawson’s Creek free su Mediaset Infinity (free solo se resistete ai roll ogni 10′), molti hanno colto l’occasione di tornare nella Capeside di fine anni ’90 per incontrare di nuovo Dawson, Joey, Jen, Pacey e tutto l’universo che si muoveva intorno a loro. Un ritorno che ha anche il sapore della novità, perché in fondo si riguarda a quei 15enni con uno spirito ben diverso da quello che animava all’epoca noi ventenni: e ora che gli ‘anta’ sono superati, ha tutto un sapore un po’ diverso.

 

Una scrittura invidiabile

Tornare a Capeside oggi non strania, ma stupisce: si guarda tutto con la prospettiva del genitore, ma si capisce ancora il tormento dell’adolescente, pur depotenziandone la carica emotiva. I neuroni specchio dell’adolescente che alberga (per sempre) in noi si riscuotono e si ha il vantaggio di rivedere situazioni familiari con un distacco che all’epoca non ai poteva avere. Il rewatch, quindi, regala una doppia prospettiva, che rende il viaggio nelle storie dei protagonisti ancora più denso di un tempo.

E a proposito di densità, con i 45′ minuti di una puntata qualsiasi di Dawson’s Creek oggi le OTT ci fanno una miniserie in 6 parti (ma guai a chiamrle ‘miniserie’, oggi è tutto ‘serie’. Narrativamente, infatti, quei 45′ contengono una moltitudine di storylines e di archi narrativi che oggi si fa fatica a trovare in una intera serie, non solo in una intera stagione.

I 45′ di una serie anni ’90 dilatano il tempo: ci si domanda come sia possibile che quei 45′ abbiano la stessa durata di una puntata di Love Story (sì, bella, per carità, ben fatta senza dubbio, ma il 95% del racconto si basa sul movimento di capelli di Sarah Pidgeon). In più quei 45′ minuti a settimana dovevano sfamare una intera stagione tv, con 22/24 episodi l’anno: una roba monumentale per gli standard (bassi) di oggi. E questo vale per tutte le serie dell’epoca: penso a E.R. o a Beverly Hills 90210. E a proposito di Beverly Hills…

“Siamo a un passo dal Peach Pit”

Ciome dicevamo, l’ondata nostalgia ha coinvolto anche il primo teen drama made in USA arrivato da noi: dal 3 aprile scorso, infatti, su Now sono disponibili tutte le 10 stagioni della serie cult ambientata a Beverly Hills. Anche in questo caso il doppiaggio regala delle chicche – mi sa che in qualche puntata qualche voce fissa era in ferie -, ma nel caso ne riparleremo. Uscita negli USA nel 1990 – arrivata in Italia solo 2 anni dopo -, Beverly Hills 90210 ha segnato l’immaginario anche dei teen di Capeside, più di quanto potessimo saperne.

Lo testimonia un passaggio della S2E20 – Riuniti. Siamo nel prologo di puntata e i protagonisti sono sul letto di Dawson al termine dell’ennesimo film visto insieme, riflettendo su quanto siano cresciuti, tanto da essersi riuniti nonostante le tensioni che li hanno angustiati in precedenza. Sta a Pacey la ‘cinica’ sintesi:

“La verità, ragazzi, è che siamo a un passo così da Beautiful!”

Il gruppo lo guarda perplesso prima di reagire. E la perplessità è anche nell’orecchio di chi ascolta. Il riferimento a una soap non propriamente teen, per quanto popolare, all’interno di una puntata in onda nel 1999/2000 sembra stonare. E così la curiosità la vince.

La battuta originale è tutt’altra:

“Let’s face it, guys! We are this far away from the Peach Pit”.

Siamo a un passo dal Peach Pit.

 

 

Cos’era Beverly Hills per Capeside?

Il riferimento allo storico luogo di ritrovo dei protagonisti di Beverly Hills 90210 e la reazione del gruppo alla battuta di Pacey potrebbe essere la base per un saggio tante sono le implicazioni narrative, seriali, sociali, anche a quasi 30 anni di distanza. Da una parte Dawson’s Creek ha sempre giocato con la metaserialità, si è sempre raccontato come una potenziale serie con dei personaggi nati dalla mente del cinefilo protagonista tanto da diventarlo alla fine della sua parabola e ha sempre puntato sul citazionismo intertestuale. Qui abbiamo anche una dichiarazione di intenti da parte degli autori, che hanno voluto marcare la differenza non tanto con un modello, quanto con un trattamento dei temi e dei toni teen. Una dichiarazione d’intenti sacrificata dall’adattamento italiano, che forse all’epoca ha guardato al pubblico generalista – nonostante il target di Italia 1 – e non allo specifico pubblico di riferimento.

Va detto, alla luce degli anni, che Dawson’s Creek è stato trattato meglio dai suoi autori di quanto non sia stato fatto per Beverly Hills 9021o, le cui ultime stagioni si sono trascinate stancamente in un loop soap che davvero lo ha portato a un passo così da Beautiful. Ma questa è un’altra storia. Per adesso viva il ritorno delle serie anni ’90. E viva il doppio audio.

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